C'è una frase che il vecchio Don Ciccio ripeteva ogni volta che il nipote, tornato da Milano, sfoderava il suo italiano levigato: "Tu parli come la televisione, ma non sai dire chi sei". Dietro quel rimprovero affettuoso si nascondeva una verità che i sociolinguisti hanno impiegato decenni a formalizzare: in Italia non si è mai parlato "l'italiano", bensì un ventaglio di varietà che vanno dal dialetto più radicato alla lingua standard dei telegiornali, passando per mille gradazioni intermedie.
Conviene intendersi sui termini. Quelli che chiamiamo con disinvoltura "dialetti" non sono storpiature dell'italiano, né suoi figli minori: sono lingue sorelle, sbocciate parallelamente dal latino e dotate di una propria grammatica e di una propria dignità letteraria. Altro è il regionale, ossia l'italiano colorato dalla cadenza e dal lessico del luogo: chi a Roma dice "mo' arrivo" o a Napoli infila un "guagliò" in una frase per il resto perfettamente standard, non sta parlando dialetto, ma sta intridendo la lingua nazionale di una geografia affettiva.
Qui sta il nodo identitario. Per generazioni il dialetto fu vissuto come uno stigma, sinonimo di arretratezza, qualcosa da nascondere appena varcata la soglia della scuola. Oggi il pendolo oscilla nel verso opposto: rapper e influencer rivendicano la parlata locale come marchio di autenticità, e ciò che ieri imbarazzava è diventato un capitale simbolico da esibire. Si parla, non a caso, di prestigio coperto, quel valore sotterraneo che una varietà non ufficiale conserva all'interno del gruppo, in aperta sfida al prestigio palese della norma.
Il parlante, lungi dall'essere prigioniero di un'unica voce, si destreggia di continuo. Cambia registro a seconda dell'interlocutore, scivola dal dialetto al regionale allo standard nel giro di una stessa conversazione: è la commutazione di codice, quel passaggio fluido che tradisce non incoerenza, ma una sofisticata competenza sociolinguistica.
Forse Don Ciccio, a modo suo, aveva colto il punto. Una lingua non serve soltanto a farsi capire; serve a collocarsi, a dichiarare da dove si viene e a chi si appartiene. Rinunciare del tutto alla propria sfumatura significherebbe parlare correttamente di tutto, salvo che di sé.