Pochi pensano al cinema come a un documento storico; eppure, per comprendere l'Italia del Novecento, basterebbe sedersi al buio di una sala e lasciar scorrere i fotogrammi. Il grande schermo, infatti, non si è limitato a intrattenere: ha registrato le ferite di un Paese, le sue contraddizioni e i suoi sogni, restituendoceli con una nitidezza che nessun manuale saprebbe eguagliare.
Tutto, in un certo senso, comincia tra le macerie del dopoguerra. Mentre l'Italia tentava faticosamente di rialzarsi, alcuni registi scelsero di abbandonare gli studi patinati e di scendere in strada. Nacque così il Neorealismo: pellicole girate con attori non professionisti, in periferie polverose, dove la cinepresa pedinava i gesti minimi della gente comune. 'Ladri di biciclette' di De Sica, per esempio, racconta la disperata ricerca di una bicicletta rubata; un soggetto all'apparenza modesto che, tuttavia, si trasforma in una struggente meditazione sulla dignità.
Con il boom economico, però, il tono mutò radicalmente. Federico Fellini, anziché documentare la miseria, decise di indagare i sogni, le ossessioni e le illusioni dei suoi contemporanei. Ne 'La dolce vita' la Roma notturna diventa un palcoscenico sfavillante e, al tempo stesso, vuoto: una festa che, sotto la patina di lusso, nasconde un profondo smarrimento. Non a caso, la parola 'paparazzo' – oggi nota in tutto il mondo – nacque proprio dal nome di un personaggio di quel film.
Non mancarono, d'altronde, le risate. La cosiddetta commedia all'italiana seppe far ridere il pubblico senza rinunciare a una pungente critica sociale: dietro le gag si celava, quasi sempre, un ritratto impietoso del carattere nazionale. Sicché lo spettatore, pur divertendosi, era invitato a riconoscere i propri difetti.
Oggi, malgrado la concorrenza delle piattaforme in streaming, il cinema italiano continua a essere premiato nei festival internazionali. Registi come Sorrentino o Garrone dimostrano, in fin dei conti, che quella tradizione non si è affatto spenta: si è semmai reinventata, pur restando fedele a un'antica vocazione, ossia raccontare l'Italia agli italiani e, insieme, al mondo intero.