Pur essendo parlato come lingua madre da un numero di persone tutto sommato modesto rispetto ai grandi idiomi planetari, l'italiano gode di un prestigio che pare sproporzionato alla sua diffusione demografica. È un paradosso che merita di essere indagato: una lingua periferica per numero di parlanti, eppure centrale nell'immaginario collettivo di mezzo pianeta.
La spiegazione, a ben vedere, non risiede nella geopolitica bensì nella cultura. Avendo dato i natali alla musica colta, l'Italia ha imposto il proprio lessico ai teatri di tutto il mondo: "allegro", "crescendo", "soprano" si pronunciano allo stesso modo a Vienna come a Tokyo. Lungi dall'essere un retaggio polveroso, questo vocabolario continua a circolare ogni sera che si alza un sipario.
Ma è soprattutto nella vita quotidiana che la lingua si insinua. Ordinando un cappuccino o leggendo un'etichetta di moda, milioni di persone maneggiano parole italiane senza nemmeno accorgersene. Si tratta, com'è ovvio, di un italiano frammentario, spesso ridotto a una manciata di termini evocativi; tuttavia, proprio questa frammentazione testimonia quanto profondamente certi concetti — il gusto, lo stile, il piacere — siano stati associati al Belpaese.
Va detto, però, che il fascino non basta a garantire il futuro. Mentre cresce il numero di chi studia l'italiano per diletto, diminuisce quello di chi lo apprende per necessità professionale. Affinché la lingua non si riduca a puro ornamento, occorrerebbe che venisse percepita anche come strumento di lavoro e di ricerca, e non soltanto come una cartolina sonora.
Resta il fatto che pochi idiomi riescono a evocare, in una sola parola, un'intera arte di vivere. Ed è forse qui, più che nelle statistiche, che va cercata la vera forza dell'italiano nel mondo: non nel numero di chi lo parla, ma nel desiderio di chi vorrebbe parlarlo.